Contratto di agenzia e mansioni da dipendente, la rivendicazione dell’agente non giustifica il recesso


La minaccia di far valere un diritto può essere causa di annullamento di un contratto solo quando è diretta a conseguire un risultato abnorme e iniquo, diverso da quello conseguibile attraverso l’esercizio del diritto medesimo, ovvero la minaccia sia concretamente ravvisabile sotto il profilo della funzione intimidatoria del comportamento, diretta al condizionamento della volontà dell’altro contraente (Corte di Cassazione, sentenza 17 febbraio 2020, n. 3917)


Una Corte di appello territoriale, confermando parzialmente la sentenza di primo grado, aveva respinto la domanda di un lavoratore con contratto di agenzia, diretta ad ottenere:
– il riconoscimento dello svolgimento di mansioni ulteriori rispetto a quelle proprie dell’agente, da qualificare come relative ad un rapporto di lavoro subordinato;
– il pagamento di spettanze connesse al recesso del committente dal rapporto di agenzia, che assumeva privo di giusta causa, in quanto conseguente alla sua pretesa di regolarizzare il rapporto di lavoro.
Secondo la Corte di merito si era in presenza di un conflitto tra le rivendicazioni avanzate, in quanto è giuridicamente inconcepibile che un unico rapporto sia caratterizzato dalla compresenza di due fattispecie (contratto di agenzia e rapporto subordinato) diverse per natura e presupposti, dando luogo a pretese di natura economica che non possono essere cumulate. Altresì, la minaccia di far valere il diritto a corrispettivi asseritamente spettanti per entrambe le fattispecie, del tutto differenti e non compatibili tra loro, non poteva che essere considerata ingiusta ed iniqua e come tale costituire giusta causa di recesso da parte del soggetto destinatario di tali rivendicazioni.
Avverso la sentenza ricorre così in Cassazione il lavoratore, lamentando l’erronea applicazione alla fattispecie concreta, dell’ipotesi regolata dall’articolo 1438 c.c., per cui la minaccia di far valere un diritto può essere causa di annullamento del contratto quando è diretta a conseguire vantaggi ingiusti. Parimenti, non vi era stato alcun accertamento che l’azione del ricorrente, attinente al rapporto di lavoro dipendente, fosse infondata o temeraria.
Per la Suprema Corte il ricorso è fondato.
Preliminarmente, l’eventuale “conflittualità” in punto di ricostruzione giuridica del rapporto è questione rilevata in sede giudiziale e non poteva costituire, in tali termini, una ragione posta a base del recesso, evidentemente anteriore alla introduzione del giudizio.
Quanto poi alla previsione codicistica (art. 1438 c.c.) per cui “la minaccia di far valere un diritto può essere causa di annullamento del contratto solo quando è diretta a conseguire vantaggi ingiusti”, tale situazione si verifica solo allorquando:
– il fine ultimo perseguito consista nella realizzazione di un risultato che, oltre ad essere abnorme e diverso da quello conseguibile attraverso l’esercizio del diritto medesimo, sia iniquo ed esorbiti dall’oggetto di quest’ultimo;
– ovvero, la minaccia rilevante ai sensi di legge sia concretamente ravvisabile, sotto il profilo dell’effettiva funzione intimidatoria del comportamento, e venga prospettato un uso strumentale del diritto o del potere diretto al condizionamento della volontà dell’altro contraente.
Tuttavia, nel caso in esame, il vantaggio perseguito dal ricorrente è solo quello del soddisfacimento del diritto nei modi previsti dall’ordinamento e la sentenza impugnata non chiarisce quale fosse il condizionamento della volontà del destinatario della richiesta e se vi fosse un negozio, posto in essere dalla preponente, viziato e suscettibile di annullamento per tale motivo.